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London, Italia   Perché… paese che vai, italiano che trovi

di Vincenzo Ianniello


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Della stessa materia dei sogni

09 Febbraio 2012, ore 08:53, postato da Vincenzo Ianniello

“Sarebbe bello poter aprire un negozietto di prodotti biologici qui in zona, farei qualcosa che mi appassiona, sarei la capa di me stessa e probabilmente farei contenta tanta gente...” “E allora fallo!” ho risposto alla mia coinquilina che si faceva stuzzicare dall'idea. Lei, inglese, è quella che definirei un'ottimista moderata (o una pessimista non estremista, se preferite). Io, invece, la parola 'pessimismo' manco la conosco: quel bicchiere lo vedo sempre straboccante, mai una singola volta che ci sia lo spazio per una singola goccia. Volendo prendere in prestito dai Tiromancino, per me la realtà è fatta della stessa materia dei sogni. Lei disillusa dalle esperienze della vita, io incoraggiato dalla mia energia, dal mio 'stomaco' e dall'idea che tutto è possibile se lo vuoi veramente.

 

Quando mi son trasferito a Londra avevo, tra gli altri obiettivi, quello di voler fare il volontario per il World Pride e per le Olimpiadi, eventi che per pura coincidenza si terranno entrambi qui in città quest'anno. Alla prima idea rinunciai quasi subito quando realizzai che l'organizzazione era praticamente inesistente e lontana dalla mia idea di associazione che lavora per qualcosa di enorme come un World Pride (ricordate quello del 2000 a Roma?) Il mio stomaco mi disse di lasciar perdere e di fare altro. Next!

 

Quanto alle Olimpiadi, invece, la mia motivazione è cresciuta di pari passo con l'hype attorno al mega evento che metterà la città sotto i riflettori di tutto il mondo. “Cioè, capisci?” dicevo ai miei amici “vieni qui e hai addirittura la possibilità di entrare a far parte di una macchina enorme come questa. Oltre diecimila atleti, quasi 300 nazioni rappresentate, tutti gli occhi del mondo puntati su Londra...” Ma soprattutto ci sono le motivazioni, l'eredità che Londra 2012 vuole lasciare per le generazioni a venire: cultura delle differenza, rispetto per ogni forma di diversità, lo sport come catalizzatore per unire: il mio pane quotidiano durante gli anni di militanza politica e civile a Roma. Come potevo resistere a questo richiamo?

 

Ben presto però mi son reso conto che parteciparvi come volontario non era sufficiente. All'epoca cercavo lavoro come Personal Assistant e il caso volle che LOCOG, l'organizzazione dei Giochi Olimpici, bandisse dei posti come Executive Assistant per i 'mega direttori supremi', come direbbe Fantozzi. Le risposte ricevute furono tutte picche, ma altre posizioni ed altri ruoli cominciavano a spuntare come funghi. “Perché no?” mi son detto. Avevo sempre creduto nei sogni e se ero venuto a Londra era per farli diventare realtà non per tenerli in un cassetto. Sapevo che i sogni, quando lo si vuole davvero, si realizzano per davvero. Dopo tutto, quanto avevo sognato di trasferirmi in questa città?

 

Dovevo darmi da fare, provarci, non starmene con le mani in mano. Certo, i colpi di fortuna possono capitare, ma ero consapevole che dovevo muovermi, essere audace, altrimenti la fortuna non mi avrebbe aiutato.

 

“Io sono venuta a Londra un mesetto per imparare l'inglese” mi disse la commessa della piadineria dentro Soho. Per me lei era il paradosso, tutto ciò che non avrei voluto essere: sognatore sì, ma non avere senso della realtà no. Imparare l'inglese a Londra è leggendario quanto il mostro di Lochness, poi farlo in un mese lavorando in un ristorante italiano diventa un mito quanto la pancia finta di Beyoncé. “Poi io son laureata in economia, se mi capita l'occasione cambio.” Positiva lei, l'occasione si è infatti presentata: la piadineria ha chiuso i battenti.

 

Io invece andavo dritto per la mia strada, sogni in tasca, maturavo esperienza, piedi per terra, lavoravo verso i miei obiettivi, tante porte si chiudevano, ma andavo avanti, senza desistere, un passo alla volta. Non parlo ovviamente dei passi che oggi per poco non mi portano sotto ad un camion, mentre attraverso la strada. Colpa del tipo al telefono che farfugliava cose che non riuscivo a capire, troppo stordito com'ero dal lavoro che mi aveva appena offerto. Chiamava da Londra 2012.

 

Stasera si festeggia, un altro risultato portato a casa e un'altra voce da depennare dalla mia lavagna. E chissà se prima o poi, con pazienza e costanza, qualcun altro riuscirà ad aprire quel negozio di prodotti biologici. D'altronde, basta crederci e volerlo veramente.

 

Sottigliezze

01 Febbraio 2012, ore 11:05, postato da Vincenzo Ianniello


Se avete intenzione di trasferirvi in Inghilterra, armatevi di tanta pazienza.

 

No, non sto parlando delle difficoltà nel trovare un alloggio, aprire un conto in banca, trovare un medico di base, richiedere il l'Insurance number o fare la tessera al G-A-Y (la cosa più difficile di tutte!) Non parlo nemmeno delle difficoltà legate alla lingua: alla fine due parole in inglese le sanno dire tutti. “Compiuter”, “amburgher”, “uoter”, “beddenbrecchefast” e state tranquilli che non morirete di fame né finirete a dormire sotto un ponte. Anzi potrete pure chiamare mammà con “Scaip” senza problemi.

 

Quello di cui parlo sono le subtleties, le sottigliezze linguistiche che si celano dietro le parole dette da chiunque in qualsiasi lingua. Sono le sfumature, il tono, la semantica legata alla singola frase, nonché i collegamenti culturali e sociali che danno un senso completo a quanto viene detto.

 

In inglese, la regola numero uno è che non potete dire quello che pensate. Scordatevelo! Siete stati invitati a cena e il vostro carissimo amico vi ha preparato cavoletti di Bruxelles con Gorgonzola? Inventatevi di avere un'influenza intestinale fulminante e che non potete toccare cibo, nonostante il buco allo stomaco sia arrivato ai reni e il rischio che il vostro amico vi propini la stessa portata la prossima volta.

 

Il vantaggio di essere italianamente espliciti è evidente. “Vincenzo lì c'è il Gorgonzola...” mi avverte prontamente il mio amico Antonio; e io mi risparmio di rovinarmi la cena di compleanno.

 

Ascoltando con interesse, Hannah e Francesca scuotevano imbarazzate la testa. Gli “Oh my gosh!” risuonavano nella sala quando raccontavo con stupita innocenza le mie disavventure. Mai e poi mai dire quello che pensi, poi se sei con un inglese la regola vale doppio. Voglio dire, non che uno debba essere cafone, italiano, inglese o senegalese che sia: mai ci sogneremmo di dire ad un estraneo di farsi una doccia o di mangiare di meno per ragioni che è superfluo esplicitare. Ma la diplomazia dovrebbe valere fino ad un certo punto e le formalità cadere quando si diventa amici più intimi. “Quella tua foto su feisbuc nun se po' guarda'!”, “Tagliate 'sti capelli che me pari n'barbone!” mi sento ripetere continuamente e a torto dai miei amici italiani.

 

La lista della sincerità all'italiana è molto più lunga ma fareste meglio a lasciarla nel cassetto quando parlate con gli inglesi. Guai a dire alla tua coinquilina inglese d.o.c. che è “antipatica” perché non ha voluto farti leggere il suo biglietto di auguri. Rischi di spendere 10 minuti della tua vita a farle capire che non è la parola in se che conta ma la smorfia scherzosa che l'accompagnava. E non v'azzardate nemmeno a dire che l'albero di Natale è un po' spoglio altrimenti potreste essere tacciati di ipercriticismo.

 

“Mind the gap” sento ripetere in metropolitana. “Mind your tongue” ripeto a me stesso come un mantra, sperando inutilmente di evitare la mia figuraccia quotidiana. Tutta questa rigidità, nella lingua, nei gesti, nelle azioni, è però a mio parere doppiamente controproducente. Nei pub inglesi la birra scorre a fiumi tra una folla che più o meno inconsapevolmente cerca nell'alcol la giustificazione per poter dire quello che gli frulla per la testa. L'altro aspetto è che poi ci si ritrova ad essere impreparati quando gli altri ci dicono in faccia quello che pensano. Come la povera Hannah, che si ritrovò a piangere da sola in macchina per un dito medio “ricevuto” da un pedone che lei non aveva lasciato passare sulle strisce.

 

Se parlate inglese dovete pensare prima ed articolare i vostri pensieri dopo averli passati al vaglio della vostra censura. Insomma, mordetevi la lingua o almeno tenetela a freno. Per farla breve, non fatevi sorprendere come Madonna e le famigerate ortensie (d'altronde anche lei è mezza “idalien”!).

 

 

Le due specie

14 Dicembre 2011, ore 15:07, postato da Vincenzo Ianniello


Il miglior modo per iniziare una rubrica su qualunque settimanale, magazine, rivista che sia è quello di sparlare degli usi e costumi dei propri connazionali. Farlo dal punto di vista di chi vive fuori dall'Italia poi ti fa guadagnare un'aria da intellettuale chic, da fricchettone snob, da saccente cervello in fuga che in madrepatria tutt'al più potrebbe al massimo farti guadagnare l'appellativo di “poraccio”. Ma all'estero no, per due semplicissimi motivi.

 

Il primo: se parli delle cattive abitudini degli italiani con gli stranieri quest'ultimi non potranno che darti ragione, nonostante in Italia non ci abbiano mai messo piedi. Criticare gli altri è sempre uno sport molto praticato ovunque, purtroppo. Il secondo: se ne parli con altri italiani, specie se anch'essi cervelli in fuga, non potranno che annuire e darti man forte, visto che sono sulla tua stessa barca.

 

Gli italiani che trovi in giro per Londra sono di due specie, entrambe facilmente riconoscibili.

 

La prima è quella degli esiliati. Sono quelli che, stanchi della situazione economica, politica e culturale del nostro Paese, stanchi di vivere una vita fatta di precarietà – se non parli del precariato oggigiorno non sei nessuno – hanno deciso di abbandonare pizza, sole e mandolino e di rifarsi una vita all'estero. Londra è una delle mete più gettonate perché è molto internazionale ma ancora europea, è a due ore di volo da mammà (tre, se ti dice male), e piove meno che in tante città italiane (sì, proprio così, e i più “furbi” lo sanno).

 

Questi italiani sono discreti, né più né meno casinari degli autoctoni ubriachi al weekend, sempre con quell'aria abbattuta di chi non mangia una mozzarella che si chiami tale da mesi (quella di Waitrose è un ottimo surrogato, ma non è la stessa cosa). I più fortunati e svegli, quelli che parlano un inglese decente, fanno lavori decenti e anche ben pagati. I più sfortunati finiscono a fare caffè da Caffè Nero per due soldi all'ora, perché là prendono solo italiani, manco se saper fare un caffè fosse scritto nel nostro DNA.

 

La prima specie di italiani la riconosci subito perché è quella che inorridisce di fronte alle orde della seconda specie che arrivano a frotte periodiche, quasi tsunami, sull'onda delle offerte di Ryan Air.

 

Gli italiani della prima specie non appena avvistano quelli della seconda smettono di parlare italiano, si lanciano occhiate di disgusto spesso portando la mano ad una immaginaria collana di perle, e se gli vengono chieste delle informazioni, rispondono in inglese con finto accento britannico per non farsi riconoscere. Inutile dire la confusione che tutto ciò crea ai turisti italiani (la seconda specie) che quasi mai riconoscono un loro connazionale espatriato. “Chen Ai ev a glas... no glas? - come se dice plastica in inglese?” fu costretto a sentire un manager di un pub da una guida turistica (sic) in difficoltà.

 

Un tale atteggiamento snob farà sicuramente storcere qualche naso in madrepatria, e non sarebbe per niente giustificato se non fosse che la seconda specie di italiani ce la mette proprio tutta per non farsi apprezzare. Di seguito quindi poche regole da osservare per non urtare la sensibilità di noi emigrati e non alimentare gli stereotipi sull'italianità.

Primo: l'abbigliamento. Tute grigie, borsa Louis Vuitton vera o finta non importa, stivali UGG, piumino al 4 di Agosto anche se ci sono 25 gradi – “ma è nuvoloso!” - e immancabile occhiale da sole – nonostante le nuvole? Anche no, grazie.

Secondo: siete atterrati su un'isola, non su Marte. A Londra vivono persone che hanno usi e costumi più o meno simili ai vostri, con l’unica differenza che qui capita di vedere gente dall'estro molto spiccato. Questo però non giustifica le vostre radiografie a raggi X. In una città dove si preferisce fissare il vuoto se non si ha un iPhone a portata di mano, le vostre espressioni di meraviglia si notano; quindi se proprio non potete farne a meno, guardate ma senza mostrare troppo stupore.

 

Terzo e ultimo, ricordate: non siete gli unici italiani a Londra. E' universalmente risaputo che qui puoi vivere senza saper parlare inglese e stando solo tra italiani, a casa, al lavoro, a cena fuori, ovunque. Nonostante ciò le urla si sprecano, le parolacce pure, i commenti ad alta voce ignari che chi sta affianco ti capisce eccome. “Quanto mi urtano questi bambini che piangono. Li prenderei tutti a schiaffi...” disse un italiano una volta su un autobus. “Poi quando crescono vedi come prendono a schiaffi te!”, rispose il padre della bimba piagnona, fortunatamente senza spargimento di sangue. A voi però potrebbe andare peggio.

 

Quindi cari italiani della seconda specie, quando decidete di venire a Londra cercate di comportarvi bene. Ché a noi già tocca vergognarci ogni volta che un inglese inizia a parlare di Mr B. e fingere di essere albini del Kenya. Non vi ci mettete pure voi, please.

 

 

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